Dai tirocini impropri ai fattorini 4.0, boom del precariato. L’analisi Cgil e Sol Firenze

C’È PIÙ lavoro in Toscana, ma sempre più precario. Tra le nuove assunzioni, quattro su cinque sono a termine. Contratti regolari, certo, ma non sempre. Un fenomeno in crescita è quello dell’uso improprio dei tirocini. «Il tirocinio non è lavoro, ma formazione. Eppure molte aziende, anche quelle che la crisi non l’hanno mai vista – afferma Margherita Bernardi, dello sportello dedicato della Cgil di Firenze – utilizzano i tirocinanti per lavorare. Sono giovani che prendono a titolo di rimborso 500 euro al mese, di cui l’azienda paga 200 euro e il resto lo mette il fondo sociale». Spesso sono laureati, sono preparati, sanno tante lingue, ma a loro tocca un lavoro camuffato da tirocinio, sottopagato e che si esaurisce in pochi mesi. Poi l’azienda può guardare altrove e ricominciare con un nuovo tirocinante. «E’ un fenomeno diffuso – sottolinea la sindacalista – e basta leggere le offerte di lavoro per rendersene conto. Tanti chiedono ai candidati esperienza, per tirocini rinnovabili».
NELLA REGIONE sta prendendo piede anche il fenomeno della gig economy: quello dei lavoretti, saltuari, senza contratto, lavori a chiamata con domanda e offerta che s’incrociano nella maggior parte dei casi online, su piattaforme ed applicazioni dedicate. In mezzo i ‘fattorini’, che ad esempio consegnano cibo a domicilio per pochi spiccioli, tanto lavoro e nessuna tutela. Nella regione sono circa 400, di cui circa la metà concentrati a Firenze. Nessuno di loro ha un contratto di lavoro dipendente. Alcuni hanno la partita iva, altri sono a co.co.co o a prestazione occasionale. Per i più giovani è lavoro per mantenersi lo studio, per i più anziani è lavoro vero e proprio. È un’ attività molto fisica, che si fa col caldo, sotto la pioggia o in mezzo alla neve.
Ieri se n’è parlato in un convegno organizzato dal gruppo Articolo Uno Mdp in Regione. Il tema è quello della regolamentazione di questi lavori, che può arrivare solo da norme nazionali. Sui territori, però, si sta provando a fare qualcosa. A Bologna è nata una carta dei diritti del lavoro digitale, un esempio a cui guardare e portare anche in Toscana. «Le sperimentazioni di adozione di carte dei diritti da parte di Comuni o Regioni ha detto l’assessore regionale al lavoro Cristina Grieco sono molto importanti per accendere i riflettori su queste nuove forme di lavoro, ma occorre agire in sinergia ed agganciare le politiche regionali al livello nazionale».
LA CGIL sulla gig economy ha aperto un apposito progetto. «In questi mesi ha spiegato nel suo intervento al convegno Paola Galgani, segretaria della Camera del lavoro di Firenze abbiamo incrociato molti di questi fattorini, che lavorano per multinazionali soprattutto del campo gastronomico. Stiamo ascoltando le loro storie e i loro bisogni di tutela su cui incentrare un’azione collettiva e rivendicativa. Dobbiamo far sì che questi ragazzi non si sentano più soli»

(Articolo uscito su La Nazione di oggi a firma di Monica Pieraccini)

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